
Lasciando andare libera la mente






Il tempo come una bestia inferocita affondava i denti nella pelle di Loren, pesanti gocce di sudore affioravano pian piano dalla pelle arrossata, il corpo, disinibito gioco di contrazioni incontrollate, lo faceva accartocciare tra le lenzuola ormai bagnate d’angoscia.
Si svegliò di soprassalto, infiniti bagliori di luce invasero gli occhi che immediati si chiusero per tornare al buio.
Aveva lasciato la luce accesa Loren, era caduto sopraffatto dalla stanchezza dei pensieri in un sonno affannato nel lettino del suo studio, i sogni, qualcuno potrebbe dire incubi, avevano preso il sopravvento strofinandosi e attorcigliandosi al corpo, chiedendo alla fantasia di prendere il posto della realtà.
Qualcosa di strano lo aveva turbato quella notte, andò in bagno, iniziò a frugare in un armadietto sotto il lavandino, tirò fuori un tubetto di fondotinta bianco ed una matita nera.
Il suo volto scomparve tra le nuove linee che prendevano la forma di un’altra persona, finalmente l’attore pian piano ritrovava la vita.
Quelle lacrime indecise tra la gioia ed il dolore che Loren conosceva spesso ogni volta che toglieva il trucco dopo uno spettacolo, iniziarono a decorare nuovamente il suo viso.
L’estasi è una magia infinita che accoglie il disincanto di chi inconsapevole diventa improvvisamente il centro del mondo, è l’attore nudo della sua personalità reale che si spoglia agli occhi di un pubblico ingordo di suoni, gesti, silenzi, luci, è un piacere sottile che si antepone al disincanto.
Il grigiore del telefono rubò l’attenzione di Loren, lo guardò pensando alla sua vita, lo guardò ancora.
Una mano titubante andò verso la cornetta, la alzò mentre l’altra ancora più insicura andò verso la ghiera dei numeri, ancora un dubbio, libero.
<<Pronto Michelle , sono Loren e voglio tornare a recitare in teatro>> ne seguì solo il deciso rumore della cornetta che tornava alla sua sede di partenza.
Improvvisamente Loren tornò a conoscere il reale senso della leggerezza.
Prese il suo vecchio cappotto color cammello e nel suo abbigliamento trasandato senza dire nulla a nessuno uscì di casa per non tornarci mai più.
N.57
Il cuore gli si sfracellava nel petto, battiti e assenze che sembravano infinte, mentre la mano stringeva incosciente con forza quella ben più piccola di Ginevra.
Per un attimo si fermò davanti al portone, le sembro immenso, pesante, un ostacolo che comunque doveva superare.
L’acqua batteva incessante facendo un rumore maldestro sull’ombrello che rendeva tutto ancor più difficile, era estate faceva caldo, ma quell’improvvisa pioggia sembrò a Julia come un segno del destino, un richiamo, un evento che le si presentava davanti con tutta la sua forza.
Pensò per un attimo proprio al destino domandandosi come fece mille volte se forse non esiste alcun destino ma solo le nostre scelte e le proprie conseguenze.
La botta ricevuta sulla spalla da quell’uomo la riportò davanti al portone facendola scendere dal treno dei suoi viaggi immaginari <<Mi scusi molto, con questa pioggia non l’avevo proprio vista>>.
Julia non riuscì neanche a guardarlo in faccia tanto l’uomo era veloce per sfuggire alla pioggia, vide la sua sagoma scivolare via tra i fili d’acqua che urtavano sull’asfalto.
Un giorno di pioggia come era stato pochi attimi prima di rincontrare Loren, come era stato poco prima di perderlo per sempre.
Ginevra osservava sua madre, sentiva il dolore della stretta di Julia ma restava in silenzio, tale e quale a lei da bambina, gli stessi occhi che mangiano il mondo.
Finalmente la chiave fece i suoi giri nella serratura, la pioggia si nascose alle loro spalle, il grande salone si presentò colmo di tutti i graffi per l’anima di Julia. 
Ginevra lasciò la mano di sua madre che aveva perso forza e inizio a correre nel salone, verso la scalinata che portava di sopra, uscì dalla vista di Julia, restò sola, o almeno così pensava.
Immagini sfocate iniziarono a presentarsi davanti ai suoi occhi, i ricordi iniziarono ad attraversare la stanza, a camminarle addosso avvolgendola come rami di un albero che ti crescono addosso, si trovò prigioniera, l’estasi.
Improvvisamente era pieno di occhi per lei, opache figure, la guardavano, la spogliavano, i mille volti di Loren.
Si sentì imbavagliata, imprigionata nelle mani, un bicchiere d’acqua pura dove tutti volevano appoggiare le labbra ma quei tutti non erano altro che i mille corpi di Loren.
Lui l’attore che faceva della metamorfosi la propria esistenza, lui l’attore che si devastava il corpo per annullare quelle metamorfosi continue.
Ma a Julia piaceva proprio quello di Loren, i suoi mille modi di cambiare, l’incostanza apparente che celava invece una profonda dedizione, i respiri dell’arte che emanava la sua bocca spalancata, la rabbia, la dolcezza, i sentimenti che lottavano tra loro in continuazione, un quadro composto da mille frammenti di vita, una storia, mille storie.
Scopri con un gesto deciso ed elegante il vecchio piano a coda al centro della stanza facendo vibrare il bianco lenzuolo che lo copriva nell’aria, fece un lungo sospiro, e si sedette, sullo sgabello. Un altro sospiro, scopri i tasti ma nel farlo, una piccola scheggia di legno le graffiò una mano.
Il sangue si presento alla sua pelle bianca, iniziò a gettare tutte le paure sui tasti, perse il mondo, il controllo di se.
Le dita battevano con forza sui tasti scordati, sottili linee di sangue sporcarono il bianco, e finalmente dentro a quella folle musica riuscii a far rivivere Loren a farsi possedere da lui,
<<Mamma ma tu hai vissuto qui?>>.
La prese ancora una volta per i capelli mentre affogava senza rendersene nel lago dei suoi ricordi.
La vita dei ricordi fece una frenata improvvisa davanti allo scambio di sorrisi tra una figlia e sua madre.
<<Cosa farei se non avessi te>>.
Le rispose un silenzio pieno di tutte le risposte che cercava. 
CONTINUA...
Se qualcuno fosse interessato a leggere il romanzo dall'inizio o volesse ricevere i capitoli che gli mancano mi può contattare a questo indirizzo alexandju@alice.it provvederò personalmente ad inviare un file word o pdf su quanto richiesto. Purtroppo per un problema che non so risolvere non si riesce a scaricare il libro direttamente dal blog.
N.57
Il cuore gli si sfracellava nel petto, battiti e assenze che sembravano infinte, mentre la mano stringeva incosciente con forza quella ben più piccola di Ginevra.
Per un attimo si fermò davanti al portone, le sembro immenso, pesante, un ostacolo che comunque doveva superare.
L’acqua batteva incessante facendo un rumore maldestro sull’ombrello che rendeva tutto ancor più difficile, era estate faceva caldo, ma quell’improvvisa pioggia sembrò a Julia come un segno del destino, un richiamo, un evento che le si presentava davanti con tutta la sua forza.
Pensò per un attimo proprio al destino domandandosi come fece mille volte se forse non esiste alcun destino ma solo le nostre scelte e le proprie conseguenze.
La botta ricevuta sulla spalla da quell’uomo la riportò davanti al portone facendola scendere dal treno dei suoi viaggi immaginari <<Mi scusi molto, con questa pioggia non l’avevo proprio vista>>.
Julia non riuscì neanche a guardarlo in faccia tanto l’uomo era veloce per sfuggire alla pioggia, vide la sua sagoma scivolare via tra i fili d’acqua che urtavano sull’asfalto.
Un giorno di pioggia come era stato pochi attimi prima di rincontrare Loren, come era stato poco prima di perderlo per sempre.
Ginevra osservava sua madre, sentiva il dolore della stretta di Julia ma restava in silenzio, tale e quale a lei da bambina, gli stessi occhi che mangiano il mondo.
Finalmente la chiave fece i suoi giri nella serratura, la pioggia si nascose alle loro spalle, il grande salone si presentò colmo di tutti i graffi per l’anima di Julia. 
Ginevra lasciò la mano di sua madre che aveva perso forza e inizio a correre nel salone, verso la scalinata che portava di sopra, uscì dalla vista di Julia, restò sola, o almeno così pensava.
Immagini sfocate iniziarono a presentarsi davanti ai suoi occhi, i ricordi iniziarono ad attraversare la stanza, a camminarle addosso avvolgendola come rami di un albero che ti crescono addosso, si trovò prigioniera, l’estasi.
Improvvisamente era pieno di occhi per lei, opache figure, la guardavano, la spogliavano, i mille volti di Loren.
Si sentì imbavagliata, imprigionata nelle mani, un bicchiere d’acqua pura dove tutti volevano appoggiare le labbra ma quei tutti non erano altro che i mille corpi di Loren.
Lui l’attore che faceva della metamorfosi la propria esistenza, lui l’attore che si devastava il corpo per annullare quelle metamorfosi continue.
Ma a Julia piaceva proprio quello di Loren, i suoi mille modi di cambiare, l’incostanza apparente che celava invece una profonda dedizione, i respiri dell’arte che emanava la sua bocca spalancata, la rabbia, la dolcezza, i sentimenti che lottavano tra loro in continuazione, un quadro composto da mille frammenti di vita, una storia, mille storie.
Scopri con un gesto deciso ed elegante il vecchio piano a coda al centro della stanza facendo vibrare il bianco lenzuolo che lo copriva nell’aria, fece un lungo sospiro, e si sedette, sullo sgabello. Un altro sospiro, scopri i tasti ma nel farlo, una piccola scheggia di legno le graffiò una mano.
Il sangue si presento alla sua pelle bianca, iniziò a gettare tutte le paure sui tasti, perse il mondo, il controllo di se.
Le dita battevano con forza sui tasti scordati, sottili linee di sangue sporcarono il bianco, e finalmente dentro a quella folle musica riuscii a far rivivere Loren a farsi possedere da lui,
<<Mamma ma tu hai vissuto qui?>>.
La prese ancora una volta per i capelli mentre affogava senza rendersene nel lago dei suoi ricordi.
La vita dei ricordi fece una frenata improvvisa davanti allo scambio di sorrisi tra una figlia e sua madre.
<<Cosa farei se non avessi te>>.
Le rispose un silenzio pieno di tutte le risposte che cercava. 
CONTINUA...
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N.56
Mentre le piccole braccia le stringevano la vita, julia accarezzò la testa della sua bambina lasciando lo sguardo fisso davanti a se, verso il nulla o il tutto di un domani che deve divenire.
Le carezzò con estrema dolcezza la testa, poi la guardò, le sollevò il viso alzandolo delicatamente con una mano, dal mento, << Ginevra, la mamma deve dirti una cosa>>.
La bimba aveva la sua stessa luce, la sua stessa pelle, il suo stesso sguardo, fu come parlare a se stessa, << Restiamo per un po’ ad abitare qui, solo io e te, ti farò conoscere la casa dove sono cresciuta, dove abitavo con il nonno>>. Si trattenne a fatica dal dire che in quella casa c’era anche qualcun altro.
<< Ma papà, non viene con noi>>.
<<No Ginevra, papà resta a casa, così potrà finire con calma il suo lavoro, però ci raggiunge presto piccola mia, prestissimo>>.
Ginevra era come lei, la stesa voglia di avventura, la stessa curiosità, lo stesso senso di libertà,
non aveva un rapporto particolarmente stretto con suo padre, era un uomo troppo dedito al lavoro, troppo poco presente, anche se poi quando tornava a casa la riempiva sempre di attenzioni, un uomo buono, ma niente di più.
Convincere suo marito fu più facile di quanto potesse immaginare, era troppo innamorato per negare qualcosa a Julia, le disse che era stanca, che essere tornata alla sua città natale gli aveva fatto rivivere tutta la sua infanzia, che aveva bisogno di un po’ di tempo, di distendersi sola tra i ricordi, e soprattutto che aveva bisogno di Ginevra perché doveva conoscere il passato di sua madre.
Dormirono tutti in albergo quella notte, poi al mattino presto Andrea partì.
Quella notte Julia non era riuscita a chiudere occhio aveva percorso con la mente tutte le stanze della vecchia casa, toccato le tende, acceso il cammino, suonato il piano del grande salone, ascoltato le parole che le mura avevano da dirgli, la sua parentesi finiva lì in un albergo, in quella notte, di una pagina di vita che non vale neanche la pena raccontare.
CONTINUA...
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N.56
Mentre le piccole braccia le stringevano la vita, julia accarezzò la testa della sua bambina lasciando lo sguardo fisso davanti a se, verso il nulla o il tutto di un domani che deve divenire.
Le carezzò con estrema dolcezza la testa, poi la guardò, le sollevò il viso alzandolo delicatamente con una mano, dal mento, << Ginevra, la mamma deve dirti una cosa>>.
La bimba aveva la sua stessa luce, la sua stessa pelle, il suo stesso sguardo, fu come parlare a se stessa, << Restiamo per un po’ ad abitare qui, solo io e te, ti farò conoscere la casa dove sono cresciuta, dove abitavo con il nonno>>. Si trattenne a fatica dal dire che in quella casa c’era anche qualcun altro.
<< Ma papà, non viene con noi>>.
<<No Ginevra, papà resta a casa, così potrà finire con calma il suo lavoro, però ci raggiunge presto piccola mia, prestissimo>>.
Ginevra era come lei, la stesa voglia di avventura, la stessa curiosità, lo stesso senso di libertà,
non aveva un rapporto particolarmente stretto con suo padre, era un uomo troppo dedito al lavoro, troppo poco presente, anche se poi quando tornava a casa la riempiva sempre di attenzioni, un uomo buono, ma niente di più.
Convincere suo marito fu più facile di quanto potesse immaginare, era troppo innamorato per negare qualcosa a Julia, le disse che era stanca, che essere tornata alla sua città natale gli aveva fatto rivivere tutta la sua infanzia, che aveva bisogno di un po’ di tempo, di distendersi sola tra i ricordi, e soprattutto che aveva bisogno di Ginevra perché doveva conoscere il passato di sua madre.
Dormirono tutti in albergo quella notte, poi al mattino presto Andrea partì.
Quella notte Julia non era riuscita a chiudere occhio aveva percorso con la mente tutte le stanze della vecchia casa, toccato le tende, acceso il cammino, suonato il piano del grande salone, ascoltato le parole che le mura avevano da dirgli, la sua parentesi finiva lì in un albergo, in quella notte, di una pagina di vita che non vale neanche la pena raccontare.
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N.55
Una folle corsa di dita, i movimenti della testa, i capelli sudati, quei suoi piedi sempre scalzi a cercare di camminare nella vita. Vibrava il violino, dettagli e tagli di ogni attimo che aveva vissuto, mentre la luce cercava accesso nella minima fessura che i suoi occhi chiusi lasciavano intravedere, ed il suo corpo libero prendeva forma nello spazio.
Non sapeva stare ferma Julia mentre suonava, camminava, si piegava si contorceva, e godeva di ogni minimo pensiero che le passava per la testa, l’archetto bruciava di piacere, e la gente: impazzita!
Si travestiva d’entusiasmo trattenendo a stento l’euforia aspettando di poter applaudire la sublime creatura.
Gli anni l’avevano resa ancor più bella, ancor più libera, bisbetica indomabile, faceva ruotare un universo intorno a lei, una calamita continua, suonava e incantava, suonava ed eccitava, uomini e donne di ogni età.
Erano eccitazioni strane, della mente e degli occhi quelle che solo l’arte quando si esprime ai massimi livelli può creare. Ormai era una donna completa, la sua musica emanava l’odore di tutto il suo erotismo, era diventata forte Julia, sicura più che mai.
Un inchino finale, poi uno sguardo nella prima fila, la sua bimba Ginevra, un sorriso velato, lei grandi occhi illuminati.
Entrò in camerino, in quel teatro c’era stata molti anni fa, nel periodo più bello della sua vita.
Era lì che suo padre e Loren si erano incontrati ed avevano realizzato la loro idea di “Teatro della Libertà”, era lì che aveva nutrito occhi e corpo di tutto il bagaglio che oggi aveva da esporre.
Dopo aver perso Suo padre e Loren aveva donato quel posto ad un orfanotrofio della città, e quel giorno per ricordare dieci anni dalla scomparsa del padre le avevano chiesto di suonare.
Julia non fu molto convinta dell’idea ma non poté tirarsi indietro, quel posto non solo portava ormai il nome di suo padre ma soprattutto era la sua casa natale a cui doveva tutto il successo che aveva ottenuto.
Era terrorizzata al solo pensiero di tornare in quella città, aveva paura che non fosse cambiato nulla, aveva paura di trovarsi di nuovo a camminare sola notte alla ricerca di qualcosa o qualcuo che avrebbe perduto per sempre.
Ma Julia ormai era forte soprattutto era convinta che solo affrontare le proprie paure può aiutare a superarle.
Però non aveva messo in conto il camerino, non era cambiato nulla, era stato ripulito ma manteneva la stessa vernice, lo stesso mobili di allora, lo stesso specchio davanti al quale Loren Tornava in se dopo ogni spettacolo, lo stesso armadio da dove lei, bambina, spiava l’uomo che sarebbe stato l’amore della vita.
Loren, Loren, Loren, Loren, salì il nome alla testa, l’immagine agli occhi, improvvise le sue mani, lo desiderò come non aveva fatto mai sino a quel giorno, anche solo guardarlo un attimo, sentire da lontano l’odore della pelle, ascoltale da una stanza vicina la sua voce.
Aveva fatto di tutto per liberarsi di lui ma capì che non era servito a nulla, e pensò che tornare in quel posto era stato lo sbaglio più grande della sua vita.
Era tornato totalmente vivo in tutta l’energia che ricordava, in tutti i pensieri, improvvisamente il suo muro si sgretolò in mille pezzi.
Era di nuovo nuda, disposto a tutto pur di riavere il suo Loren, Il suo “bianco rumore dei respiri”.
Ma dov’era Loren? Da quel giorno non aveva, e non voleva avere più notizie, era fuggita lontano ma capì che era stato tutto inutile.
A volte per fortuna qualcuno ci salva proprio mentre stiamo affogando, Ginevrà aprì la porta proprio in quel momento, corse da lei e la strinse in un abbraccio che conteneva tutta la fortuna del mondo.
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qualcuno può dirmi se entrando nel mio blog riscontra qualche problema.
se si aprono strane finestre ad esempio?
sareste molto molto gentili
N.54
Un essere trattenuto a forza dentro la pelle, ma la pelle non è poi così forte.
Erano passati quasi dieci anni, un periodo infinito per negarsi a se stessi, un periodo troppo lungo per non cedere mai alla tentazione di essere ciò che veramente si è.
Il cuore dell’artista iniziava a scalpitare a reclamare di tornare a vivere libero,
Loren si rintanava sempre più spesso nel suo piccolo atelier, e da un po’ di tempo aveva iniziato a chiudere la porta a chiave, una bugia non può durare per sempre soprattutto se viene detta a se stessi.
Le notti diventano infiniti corridoi che non portano a niente, il giorno la ricerca del nero della notte.
Le sue lame erano tornate a lacerare il corpo, sua madre prendeva vita ogni giorno che passava sempre di più, mentre lui tornava il bambino che non riusciva a parlarle, tornava il piccolo scultore delle lettere.
E gli occhi di Julia, la pelle di Julia, le mani di Julia, e tutto l’amore devastante ma ricco di ogni colore della vita di Julia, e i silenzi della musica di Julia, quell’affogare e disperarsi nel suo sesso amplificando i sensi per farne poi arte da distribuire su ogni cosa.
Tutto riaffiorava pian piano più forte di prima, in braccio al ricordo, il tempo aveva solo cancellato i brutti momenti, e a Loren, restava solo una malinconia che cresceva in maniera esponenziale dentro un corpo troppo piccolo per contenerla, strano elemento il tempo che passa.
Veronica era bella, vitale, una donna affascinante a modo suo, era la donna che gli aveva permesso di non sentirsi solo, ma non era l’amore, non era la passione, non era in realtà niente di più che un egoista nascondiglio.
Fece un grande e profondo respiro Loren, poi lascio che la lama lo portasse ancora una volta nel suo universo segreto, nel bruciore di quel taglio finalmente incontrò qualcuno che lo avrebbe salvato.
Si trovò nel nero, ancora una volta, assente ai suoni, disperato alla ricerca dei contorni, era come non essere vivo poi, un rumore di passi, un pavimento di legno, una porta di luce. I passi avanzano lenti e controllati arrivano da dentro la luce, finalmente un chiaroscuro caravaggesco accende anche il corpo di Loren, un ombra lunga inizia ad uscire dalla luce, nera netta scivola sul legno.
Loren è infinitamente piccolo confronto a quell’immagine che avanzando sul pavimento pian piano lo investiva, alzò gli occhi.
Victor vestito nello stesso modo in cui si erano incontrati la prima volta nel parco, ha le stesse parole per lui di quel giorno, Loren la stessa timidezza, lo stesso incanto di fronte alla sua voce.
Un pianoforte inizia a suonare, compare la luna, un cerchio pallido, soffuso di giallo biancho ed arancio, si spengono tutte le luci artificiali, Loren comprende il chiaro di Luna.
Viktor, lo fissa con due occhi che sanno di disperazione, poi si inginocchia e con un gesso bianco scrive qualcosa sul pavimento. Il piano smette di suonare, restano i passi di viktor che sparisce nel buio, Loren si alza e va a vedere sul pavimento cosa ha scritto L’uomo.
La scritta “teatro della Libertà” faceva brillare i suoi tratti bianchi al chiaro di luna.
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N.54
Un essere trattenuto a forza dentro la pelle, ma la pelle non è poi così forte.
Erano passati quasi dieci anni, un periodo infinito per negarsi a se stessi, un periodo troppo lungo per non cedere mai alla tentazione di essere ciò che veramente si è.
Il cuore dell’artista iniziava a scalpitare a reclamare di tornare a vivere libero, Loren si rintanava sempre più spesso nel suo piccolo atelier, e da un po’ di tempo aveva iniziato a chiudere la porta a chiave, una bugia non può durare per sempre soprattutto se viene detta a se stessi.
Le notti diventano infiniti corridoi che non portano a niente, il giorno la ricerca del nero della notte.
Le sue lame erano tornate a lacerare il corpo, sua madre prendeva vita ogni giorno che passava sempre di più, mentre lui tornava il bambino che non riusciva a parlarle, tornava il piccolo scultore delle lettere.
E gli occhi di Julia, la pelle di Julia, le mani di Julia, e tutto l’amore devastante ma ricco di ogni colore della vita di Julia, e i silenzi della musica di Julia, quell’affogare e disperarsi nel suo sesso amplificando i sensi per farne poi arte da distribuire su ogni cosa.
Tutto riaffiorava pian piano più forte di prima, in braccio al ricordo, il tempo aveva solo cancellato i brutti momenti, e a Loren, restava solo una malinconia che cresceva in maniera esponenziale dentro un corpo troppo piccolo per contenerla, strano elemento il tempo che passa.
Veronica era bella, vitale, una donna affascinante a modo suo, era la donna che gli aveva permesso di non sentirsi solo, ma non era l’amore, non era la passione, non era in realtà niente di più che un egoista nascondiglio.
Fece un grande e profondo respiro Loren, poi lascio che la lama lo portasse ancora una volta nel suo universo segreto, nel bruciore di quel taglio finalmente incontrò qualcuno che lo avrebbe salvato.
Si trovò nel nero, ancora una volta, assente ai suoni, disperato alla ricerca dei contorni, era come non essere vivo poi, un rumore di passi, un pavimento di legno, una porta di luce. I passi avanzano lenti e controllati arrivano da dentro la luce, finalmente un chiaroscuro caravaggesco accende anche il corpo di Loren, un ombra lunga inizia ad uscire dalla luce, nera netta scivola sul legno.
Loren è infinitamente piccolo confronto a quell’immagine che avanzando sul pavimento pian piano lo investiva, alzò gli occhi.
Victor vestito nello stesso modo in cui si erano incontrati la prima volta nel parco, ha le stesse parole per lui di quel giorno, Loren la stessa timidezza, lo stesso incanto di fronte alla sua voce.
Un pianoforte inizia a suonare, compare la luna, un cerchio pallido, soffuso di giallo biancho ed arancio, si spengono tutte le luci artificiali, Loren comprende il chiaro di Luna.
Viktor, lo fissa con due occhi che sanno di disperazione, poi si inginocchia e con un gesso bianco scrive qualcosa sul pavimento. Il piano smette di suonare, restano i passi di viktor che sparisce nel buio, Loren si alza e va a vedere sul pavimento cosa ha scritto L’uomo.
La scritta “teatro della Libertà” faceva brillare i suoi tratti bianchi al chiaro di luna.
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